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Silvestro Franchini parla del concatenamento delle vie Orion, Psycobar e Gatto Silvestro sullo Scoglio di Boazzo in Valle di Daone, descritto come ‘ l’arrampicata libera più bella’ di questa mini-Yosemite dei bresciani e dei trentini.

Scoglio di Boazzo in Val Daone is known as the mini-Yosemite for climbers from Brescia and the Trentino region of Northern Italy. Famous for the aid climbs put up by Ermanno Salvaterra, in 1997 Rossetti and Rivadossi forged their way up Morange and, in doing so, established Italy’s first A5 aid climb.

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Over the years I’ve repeated many of the sports climbs and alpine undertakings here and, teaming up with various partners, I’ve always been inspired to work a beautiful route and subsequently free it. One of the routes which attracted me most recently was Psycobar (Rivadossi Zipponi 1998 7b/A1 230m) located on the steepest section of the Scoglio. I repeated it twice but, alas, on the lower section I had to make a pendulum and aid another. Not the best for a free climb.

I decided therefore to look at the crack to the right, taken by an aid climb called Orion (110m A3). I tried to climb it with my brother Tomas, the first pitch has two smooth sections that discouraged him but seemed to suit me perfectly. The topo indicated a pendulum leftwards on pitch 2 and although I noticed some pegs that led up a narrow crack, I decided to follow my instinct and continue straight up. I called this new variation Variante del Gufo, the owl variation; naming it after the landlord seemed the least I could do (at this point I’d like to take the opportunity and apologise to him for having woken him twice).

Fantastic, the new project seemed feasible and so on 27 September I teamed up with Mirko Corn to redpoint pitch 1… That Wednesday was one of those low gravity days and, completely unexpected, I freed the pitch on my first attempt.

Having nothing else planned for the day I suggested Mirko try the Owl variation. Banking on all his Yosemite experience and motivated by the beauty of the climbing he sent this straight off. A further pitch then led us to Psycobar, meaning that we’d found a free variation to Orion!

It was still early and I wanted Mirko to try some of the upper pitches. Things ran smoothly for a few pitches but then as expected, I fell at the overhang. I lowered off and Mirko gave it a go, discovering a spectacular foot hook… It was my turn and suddenly there I was, stretched out fully horizontal, reaching for the jug before controlling an epic swing. Luckily today was a low gravity day! The topo indicated a variation called Gatto Silvestro, Sylvester the cat which recalls my first name, and so there was no doubt which line I’d follow. Some delicate but well-protected climbing led us to the final belay, without every having hung off a single bolt…

I reckon this link-up is undoubtedly the most beautiful free climb combination up the Scoglio.

Silvestro FranchiniMountain Guide

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Alpinismo e rischio

August 16, 2019 | News | No Comments

L’alpinismo e la libertà di assumersene consapevolmente i rischi. Di Vinicio Stefanello.

L’alpinismo ha un posto in questa società? O meglio, come viene interpretato da chi alpinista non è? Di certo l’alpinismo non è più – come agli inizi – “giustificato” dalla ricerca scientifica. Oppure, come negli anni ’30, funzionale ai regimi fascisti e nazisti e al loro strumentale mito dell’eroe. E più in là, nel secondo dopoguerra, con la corsa agli Ottomila, simbolo del riscatto di intere nazioni. Non che tutti gli alpinisti accettassero questo sfruttamento della loro passione, anzi.

Volendo semplificare molto l’alpinista in fondo è sempre stato un po’ “anarchico”, o per meglio dire un “anarchico – individualista”. Anche per questo ha sempre difeso la sua assoluta libertà di scelta in montagna, aldilà dei rischi anche altissimi che questo può comportare (un atteggiamento spesso letto all’esterno come egoismo tout-court).

Di sicuro però in epoche passate anche chi era esterno al mondo dell’andar per montagne, cioè la stragrande maggioranza, almeno aveva dei parametri, seppur manipolati, per dargli un significato, per collocarlo in una casella. Ora, invece, sembra esserci uno scollamento, una sorta di quasi assoluta incomprensione sul significato e il senso dell’alpinismo. Forse anche per questo bisognerebbe chiedersi come si rappresenta l’alpinismo e che senso dà di sé ai nostri tempi.

Una risposta, c’è da scommetterci, è quella di sempre. Quella che, anche in tempi non così vicini, l’ha sempre definito come la ricerca dei limiti e di se stessi. Una nobile e sempre valida motivazione. Che sembrerebbe assumere un valore alto ed insieme inclusivo: ogni esperienza di alpinismo, grande e piccola, dovrebbe avvicinare ad una maggior conoscenza di sé e del mondo. Ed è proprio per questo suo valore intrinseco e assolutamente personale che l’alpinismo e gli alpinisti rivendicano giustamente il diritto, e con esso la loro sacrosanta libertà, di assumersi consapevolmente i rischi che l’andar per montagne sempre comporta.

C’è un però: storicamente questa esperienza personale è stata da sempre misurata dagli stessi alpinisti con il metro della difficoltà strettamente legato al rischio, anche di morte, che ci si assume per superarla. Ergo: più la salita è difficile e più ci si espone al rischio, più l’impresa è grande. Ciò comporta un problema, se non proprio una contraddizione: anche il valore dell’esperienza umana è legato implicitamente al rischio e alla difficoltà della salita?

Tutti gli appassionati risponderanno che no, che l’alpinismo va aldilà del mero grado di difficoltà e della quantità di rischi a cui ci si espone. Anzi, aggiungeranno anche, che in alpinismo non può esistere competizione. Vogliamo crederci…

Resta il fatto che gran parte della storia e delle storie di alpinismo raccontano e celebrano proprio questo: il superamento delle difficoltà e dei rischi che comporta una salita. Così che le prime salite di una cima, di una parete, del versante più lontano, più difficile, più alto, insomma quelle anche più rischiose, sono sempre state valutate come un plus e un punto di arrivo dagli alpinisti.

Ma se ciò è perfettamente comprensibile dal loro punto di vista. Dall’altro può creare un vero e proprio corto circuito di comprensione per chi è all’esterno o si avvicina a questo mondo. Forse bisognerebbe fare un po’ di chiarezza per recuperare il senso primo dell’andar per montagne. Un senso inclusivo, più aperto all’esperienza di tutti, anche aldilà del grado di difficoltà e dei rischi. Ribadendo all’infinito che la sicurezza assoluta in montagna, come nella natura tutta, non esiste. Puntando prima di tutto sulla conoscenza e sulla consapevolezza del rischio a cui ci si espone, che non potrà mai essere slegato da una motivazione personale, forte e sincera e dall’assunzione completa di responsabilità per le possibili conseguenze.

Forse così ci avvicineremo ad un libero alpinismo che riesce a trasmettere di sé un’immagine comprensibile. E che, a ragione, pretende per sé quella libertà (e felicità) a cui ogni uomo e donna ha diritto.

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di Vinicio Stefanello

pubblicato suIl Manifesto In Movimento(maggio 2016)

Il ritratto video del climber statunitense Alan Watts, una delle forze trainanti della falesia di Smith Rock ed uno dei protagonisti assoluti dello sviluppo dell’arrampicata sportiva negli USA.

Smith Rock, la bellissima falesia nel parco dell’Oregon, è considerata una delle culle dell’arrampicata sportiva statunitensi. Alla metà degli anni ’80, quindi agli albori dell’arrampicata sportiva, era sulla bocca di tutti i climbers che, vestiti di colorato lycra, accorrevano da ogni angolo del mondo per provare le vie di Alan Watts che – andando assolutamente contro l’accettata etica arrampicatoria del paese – aveva spittato sistematicamente le vie nuove con la corda dall’alto e provato i singoli passaggi per poi liberarle. Due pratiche assolutamente assodate nel nostro sport, ma che all’epoca avevano creato disaccordo e scompiglio. Dopo la nostra intervista del 2009, ecco l’intervista video con uno dei protagonisti indiscussi dell’arrampicata sportiva statunitense e non solo.

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Il Rumore Bianco di Mattia Felicetti

August 16, 2019 | News | No Comments

La prima puntata della serie video Mammut Elements che vede protagonisti Mattia Felicetti, Martin Dejori, Alex Walpoth, Filip Schenk e Michael Piccolruaz. Nel primo episodio intitolato Rumore Bianco, ovvero White Noise, il maestro di sci della Val di Fiemme e atleta del Freeride World Qualifier Mattia Felicetti racconta il ‘suo’ elemento: la neve.

Gli atleti italiani Mammut raccontano il proprio rapporto con il “loro” elemento. Mattia Felicetti, Martin Dejori, Alex Walpoth, Filip Schenk e Michael Piccolruaz saranno i protagonisti di questa mini serie, divisa in quattro episodi.

Il primo episodio “Rumore Bianco” (White Noise in inglese) racconta l’atleta Mattia Felicetti, maestro di sci della Val di Fiemme e atleta del Freeride World Qualifier. Anzi forse sarebbe più corretto dire che è lo stesso Mattia a raccontarci il suo elemento, fondendosi in esso, nello stesso modo in cui i fiocchi di neve si sciolgono nell’acqua che una volta che vi si appoggiano. Scientificamente il White Noise identifica una certa frequenza dell’udibile, una frequenza talmente particolare da collegarsi per una frazione di tempo e spazio con la stessa con la quale la neve cade e dipinge il paesaggio a proprio piacimento. È chiamato bianco per analogia con il fatto che una radiazione elettromagnetica di simile spettro all’interno della banda della luce visibile apparirebbe all’occhio umano come luce bianca, come la neve appunto.

Lo stesso Mattia dice: “Ho iniziato a sciare a tre anni e a fare gare a sei. L’amore per lo sci in neve fresca è scattato immediatamente, tanto che il mio maestro di sci di allora faceva fatica a tenermi a freno. La passione per la montagna è andata ad evolversi in altri sport come l’arrampicata e highline, ma lo sci è sempre stato parte inscindibile del mio essere.”

Mammut Elements è un progetto 100% made in Italy. Il tutto viene raccontato con la voce di Ivan Pavlovic e le immagini del filmmaker Matteo Pavana e del fotografo Thomas Monsorno.

Info:www.mammut.ch

Il resoconto dei lavori di manutenzione del Bivacco Marco dal Bianco al Passo Ombretta in Marmolada, Dolomiti, effettuati lo scorso agosto dal Club Alpino Accademico Italiano.

Sono stati completati come da programma i lavori di manutenzione al Bivacco Marco dal Bianco al Passo Ombretta in Marmolada, Dolomiti. Dal 21 al 23 agosto Claudia Baldini (CAI Firenze), Carlo Barbolini (CAAI) e Omar Scarpellini (CAI Arezzo) hanno eseguito i seguenti lavori al bivacco del Club Alpino Accademico Italiano:

– Montaggio di canale per scolo acque piovane laterali e posteriore
– Sostituzione parte bassa ca. 65 cm lamiera di rivestimento esterno
– Risanamento struttura di base in ferro
– Pavimento nuovo interno
– Rivestimento interno
– Riverniciature esterna completa
– Altri lavori minori
– Sono stati portati con due carichi ca. 10 ql tra materiale e attrezzatura

Condizioni meteo e di neve permettendo, per il prossimo ottobre sono previsti lavori di manutenzione dei seguenti bivacchi nel massiccio del Monte Bianco: Bivacco Piero Craveri a Les Dames Anglaises, Bivacco Adolfo Hess al Colle d’Estellette e Bivacco Alberico – Borgna nei pressi del Col de la Fourche.

Info:www.clubalpinoaccademico.it

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La prima tappa della Coppa del Mondo di sci alpinismo è stata disputata lo scorso weekend in Cina. A Nicolò Canclini e Laetitia Roux hanno vinto la disciplina Sprint, mentre Anton Palzer e Axelle Mollaret si sono aggiudicati il Vertical Race.

Debutto stagionale superato positivamente per la Coppa del Mondo di scialpinismo 2018 che sui freddissimi pendii di Wanlong in Cina ha visto correre i migliori specialisti dello Sprint e del Vertical Race. A dare il via è stato proprio il vertical race che, con un dislivello di 500 metri su un percorso di 2.250 metri, è stato vinto dal tedesco Anton Palzer che ha tagliato il traguardo con un tempo di 16’58”, una manciata di secondi davanti allo svizzero Werner Marti (17’10”) e all’azzurro Michele Boscacci (17’21”). In gara femminile la francese Axelle Mollaret è stata la più veloce con il tempo di 21’02”, davanti alla spagnola Claudia Galicia Cotrina (21’28”) e all’azzurra Alba De Silvestro che, con un tempo di 21’32”, si è assicurata la medaglia di bronzo battendo di soli due secondi la sua compagna di squadra Katia Tomatis.

Archiviata la manche di venerdì, sabato invece è stata la volta del massacrante sprint su 80 metri di dislivello per gli uomini e 67 per le donne. Potrebbe sembrare poco, ma affrontato a queste velocità supersoniche è davvero impegnativo. I primi a raggiungere il traguardo sono stati l’azzurro Nicolò Canclini che così festeggia alla grande la sua prima gara internazionale senior, e la regina dello sci alpinismo francese Laetitia Roux. Canclini ha battuto di un soffio lo spagnolo Oriol Cardona Coll e lo svizzero Iwan Arnold, mentre la Roux è riuscita a tenere a bada sia la spagnola Claudia Galicia Cotrina, sia la svizzera Marianne Fatton, seconda e terza rispettivamente.

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Prossimo appuntamento con la Coppa del Mondo di scialpinismo il 20 e 21 gennaio 2018 a Villars in Svizzera.

VERTICAL RACE


SPRINT

Info:www.ismf-ski.org, SCARPA, Karpos

Il video del 46enne climber inglese Steve McClure su Rainman a Malham Cove in Inghilterra. Liberata il 04/06/2017, è la prima via d’arrampicata sportiva gradata 9b nel Regno Unito.

All’inizio di giugno 2017 Steve McClure, l’uomo che per due decenni ha guidato praticamente da solo l’arrampicata sportiva verso l’alta difficoltà in Gran Bretagna, ha liberato il suo vecchio progetto Rainman a Malham Cove.

McClure aveva proposto il grado 9b che, se confermato, non solo rende Rainman la sua via più difficile di sempre, ma anche la via d’arrampicata sportiva più difficile del paese. Da notare che il successo è arrivato dopo un viaggio durato 128 giorni e, forse ancora più rimarchevole, all’età di 46 anni.

9a e più difficile di Steve McClure
1998 –Mutation9a Ravens Tor. Non ripetuta
2000 –Northern Lights9a Kilnsey.
2003 –Rainshadow9a Malham Cove.
2006 –Stevolution9a Ravens Tor. Non ripetuta
2007 –Overshadow9a+ Malham Cove.
2008 –North Star9a Kilnsey.
2008 –New Thing9a Ravens Tor. Non ripetuta
2010 –Finest Pedigree9a+ Cheedale. Non ripetuta.
2017 –Rainman9b, Malham Cove. Non ripetuta.

SCHEDA: la falesia Malham Cove

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Sarah Kampf, nata Sarah Seeger, ha ripetuto Headcrash in Frankenjura, Germania. La 38enne madre di due figli racconta come è riuscita a salire questa via d’arrampicata sportiva gradata 8c.

Più di tre decenni dopo il primo 8c al mondo per mano di Wolfgang Güllich, che aveva liberato Wallstreet in Frankenjura, Germania, l’8c femminile nella culla dell’arrampicata sportiva tedesca rimane un evento raro. Era Sarah Kampf, nata Sarah Seeger, che per prima è riuscita a salire questo grado nel 2009 e adesso, a distanza di dieci anni, sposata e con due piccoli bambini, è riuscita nuovamente a confermare queste difficoltà con la salita di Headcrash nella falesia Wasserstein vicino a Obertrubach. Liberata nel 1993 da Werner Thon e originariamente gradata 8b+, una presa rotta ha fatto alzare il grado fino a 8c. Curiosamente, tra i suoi impegni lavorativi e la maternità, prima della ripetizione ha provato la via da sola con la corda dall’alto.


Headcrash
di Sarah Kampf

Ho provato Headcrash praticamente per caso: eravamo alla ricerca di un bella falesia adatta ai bambini e sono capitata in una falesia vicina. A fine giornata ero curiosa di vedere la via e così sono passata a dare un’occhiata. La linea è impressionante e l’arrampicata sia sul passaggio chiave sia su tutto il resto sono proprio il mio stile di scalata.

Dopo questa prima ricognizione ho passato alcuni giorni da sola, provando la sequenza chiave con la corda dall’alto. Mi sono molto piaciuti questi momenti di pace e tranquillità, da sola. E’ stato un ottimo modo per gestire il mio tempo libero, tra i miei figli e il mio lavoro. Detto questo, anche i giorni trascorsi lì con la mia famiglia e gli amici erano fantastici, e lentamente sono riuscita a capire come fare la via. Il passaggio chiave è composto da soltanto due movimenti, e i miei progressi erano lenti, ma ogni millimetro, ogni centimetro in più erano davvero motivanti e ad un certo punto ho superato il passaggio chiave ed ero sufficientemente fresca per salire anche la parte alta della via.

La mia rotpunkt di Headcrash non completa soltanto la via in sé – che considero una delle più belle in Frankenjura – ma anche l’intero processo che ho vissuto lì. Un processo segnato da contrasti: dalla assoluta concentrazione richiesta quando ero da sola, alle giornate vivaci e rumorose con i miei figli. Esattamente così infatti è stato il giorno in cui ho chiuso la via, e forse questa mancanza di aspettative, questa mancanza di nervosismo quando mi sono legata alla corda, sono uno dei motivi principali per cui sono riuscita a fare la rotpunkt.

Sarah Kampf – le vie più difficili
2019:
Headcrash – Frankenjura 8c
2018: Battle Cat – Frankenjura 8c/+
2017: Roof Warrior – Frankenjura 8c
2012: T1 Full Equip – Oliana, Spain8b+/ 8c
2012: Chrisu – Rottachberg 8c
2010: Odd Fellows – Frankenjura 8c
2009: Steinbock – Frankenjura 8c

Quest’estate gli alpinisti sudtirolesi Aaron Moroder e Matteo Vinatzer del Gruppo Alpinisti Gardenesi hanno completato Nuvole Bianche, una via d’arrampicata che hanno aperto sul Sas dla Porta a est del Sas Rigais nel gruppo delle Odle nelle Dolomiti.

Anche se in Dolomiti roccia vergine oramai è rara e trovare una bella linea non ancora scalata non è facile per chi cerca e va in luoghi un po’ meno conosciuti ci sono ancora tante possibilità. La voglia di aprire una via nuova era grande anche per me e il mio amico Matteo Vinatzer e così tenevamo gli occhi sempre bene aperti andando in giro per le nostre montagne e studiavamo le guide per trovare qualcosa che si potrebbe ancora fare. Poi finalmente sul Sas dla Porta, la montagna a est del Sas Rigais, abbiamo trovato una parete alta circa 350 metri, ripida e bella che non era ancora stata salita al centro. Volevamo subito andare a vedere e nell’estate del 2014 abbiamo fatto un primo tentativo.

Entrambi non avevamo mai aperto una via prima e eravamo abbastanza inesperti quando siamo partiti per i primi metri di questa via. I primi 100 metri della parete sono subito quelli più difficili: roccia non sempre buona e strapiombante. Sono partito io e piano piano mi arrampicavo verso l’alto, non c’era un diedro o una fessura evidente da seguire, più si doveva analizzare la roccia metro per metro e cercare prese da tenersi e buchi per piazzare qualche Friend. Ci ho messo un bel po’ fino che sono riuscito a trovare un posto per attrezzare una sosta. Purtroppo poi quel giorno il tempo è peggiorato e ha iniziato a piovere. Ci siamo calati alla base della parete e siamo scesi in valle, poco convinti di voler proseguire.

Circa un mese dopo però siamo tornati, sono salito di nuovo il primo tiro e dalla sosta analizzavo la parete sopra di me: una muraglia gialla che non sembrava facile. Sono partito verso sinistra ma rimasi bloccato sotto un piccolo tetto, agganciato al “cliff”. Ho iniziato a cercare prese per poter scalare più in alto e infilando la mano in un grande buco ho tolto un sasso incastrato e così si è creata una bella clessidra. Questa protezione mi dava fiducia e coraggio a proseguire. Piano piano riuscivo a salire questo tiro strapiombante, piazzando qualche Friend in dei buchi nascosti e battendo due chiodi fino a quando la parete diventava un po’ meno ripida e potevo fare una sosta. Ora mancava solo un ultimo strapiombo, riuscivamo già a vedere le placche grige sopra dove speravamo che la via diventasse più facile. Feci due tentativi di vincere quest’ultimo strapiombo ma non ci riuscivo. Sia le braccia che la testa erano stanchi e abbiamo deciso di scendere e tornare un’altra volta.

Sono passati due anni fino a che avevamo di nuovo voglia di sfidarci con quella parete. Nell’estate 2016 siamo tornati molto motivati per poter finalmente portare a termine questo progetto. Piantando alcuni chiodi e usando un po’ tutte le tecniche dell’arrampicata artificiale siamo riusciti a vincere anche l’ultimo strapiombo e avevamo via libera verso l’alto. Seguivano ancora 3 tiri su delle placche molto belle con roccia stupenda e finalmente ci trovammo in cima e anche se circondati da nuvole eravamo molto soddisfatti.

Ma appena ritornati in valle i miei pensieri tornavano a questa nuova via, specialmente al secondo e al terzo tiro, dove abbiamo dovuto rincorrere all’artificiale per salire. Era chiaro che dovevamo tornare e tentare la libera.

Dovettero passare altri due anni, ma quest’estate finalmente siamo tornati al Sas dla Porta e siamo riusciti a liberare anche il secondo e il terzo tiro e eravamo entusiasti della via, la ricordavamo meno bella. Una stretta di mano in cima e un sorriso in faccia per esprimere la gioia che provavamo. Purtroppo anche questa volta ervamo avvolti dalla nebbia e la vista era pari zero.

Ogni volta che abbiamo scalato su questa via prima o poi eravamo avvolti da nuvole e nebbia, quindi abbiamo scelto il nome Nuvole Bianche.

di Aaron Moroder

SCHEDA: Nuvole Bianche, Odle (Dolomiti)

Felix Kiem cavalca Himmelsreiter a Saustall

August 16, 2019 | News | No Comments

Video arrampicata sportiva: Felix Kiem sale Himmelsreiter 8c nella falesia Saustall

Cavaliere del Cielo. Ecco cosa significa Himmelsreiter, il nome della via nella falesia sudtirolese Saustall, ripetuta il 21 marzo scorso dal giovane meranese Felix Kiem. A domare questa serie di tacche finora sono stati Jacopo Larcher, Ivo Gamper, Rudi Moroder, Günther Karbon e ora appunto Felix Kiem.

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