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Free Tibet 2065 sull’Ama Dablam

August 26, 2019 | News | No Comments

Il bellunese Francesco Fazzi e lo spagnolo Santiago Padros aprono Free Tibet 2065 1500m/V+/80°/M5 (sull’Ama Dablam, Nepal).

A fine Aprile la guida alpina bellunese Francesco Fazzi e lo spagnolo Santiago Padros hanno aperto "Free Tibet 2065" sull’Ama Dablam, 6852m, Nepal. La via, gradata 1500m/V+/80°/M5, sale inizialmente vicino alla "Giapponese dell’85" sulla parete ovest, poi, a circa metà parete, devia verso sinistra per salire il bastione sommitale che conduce direttamente in cima.
I due alpinisti, come si legge nel report di Francesco Fazzi che pubblichiamo interamente, ritengono che si tratti di un nuovo itinerario in quanto non hanno: “informazioni sulla ripetizione della via “Giapponese dell’85” sulla parete ovest, e secondo le nostre informazioni non ci risulta che ci sia nessun’altra via che percorre il bastione sommitale della parete ovest dell’Ama Dablam, giusto sopra il campo base".
Nuova via sull’Ama Dablam
di Francesco Fazzi
Partiti dall’Italia l’11 aprile (io e il mio compagno Santiago Padros) arriviamo in Nepal il 12, giusto con la fine del vecchio anno nepalese 2064 e l’inizio il giorno seguente del nuovo 2065. La sera a Kathmandù è una gran festa…!
In un paio di giorni sbrighiamo le ultime pratiche in città e aspettiamo l’arrivo del terzo componente della spedizione, la ragazza Ashild Tomassen (Norvegia). Pronti per la partenza arriviamo all’adrenalinico aeroporto di Lukla, da dove incominciami il trekking.
In quattro giorni siamo al campo base dell’Ama Dablam a 4600m… inizia la vera avventura! In un paio di giorni saliamo l’inizio della cresta della via normale per acclimatarci alla quota. Dormiamo una notte a 5200m ed un’altra a 5500m. Lasciamo materiale e tenda e torniamo al base per una breve sosta. Nel frattempo mi becco anche una fastidiosa diarrea e sono costretto ad una “gita” ulteriore di un giorno all’ospedale di Periche. Per fortuna le medicine funzionano…
Partenza immediata per la via normale. Prima notte a 5500m e seconda al fantastico nido d’aquila del campo 2 a 5900m. Il giorno seguente Santi, con un nuovo compagno Slovacco, Peter Tomko, incontrato sulla montagna, salgono rapidamente la via normale e ridiscendono in serata. Per me e Ashild giorno di riposo. Il giorno seguente tocca a noi, ma purtroppo manchiamo la cima per un centinaio di metri, e torniamo in dietro. Ritorno al base per tutti ed un paio di giorni di riposo.
Dopo aver studiato tutti i versanti della montagna, io e Santi decidiamo di tentare la salita di una nuova via sulla parete ovest. Sembra che tra le due vie “Giapponese dell’80” e “Giapponese dell’85” ci sia una bella linea libera che porta diretta in cima per l’inviolato bastione superiore della parete ovest.
Il 30 aprile lasciamo il campo base con tendina, sacchi a pelo, cibo per quattro giorni e materiale per la scalata. Dopo aver salito la morena e scalato lo zoccolo roccioso che porta al ghiacciaio della parete, poniamo il primo campo al riparo di un roccione a 5350m.
Il 1° maggio scaliamo la prima parte della parete per una linea che corre a sinistra della via “Giapponese dell’85”, per poi deviare a sinistra sotto una serie di seracchi e arrivare ad una cresta di ghiaccio a 6200m che raggiungiamo in 11 ore di scalata e dove piantiamo il secondo campo. Fin qui quasi tutta neve e ghiaccio con qualche tratto di misto.
2 maggio. Partenza col buio (tanto per cambiare…) per la parte alta della parete. Temperatura per tutto il giorno attorno ai -15°. I primi 300 metri sono prevalentemente di neve e ghiaccio lungo canali ed insidiose creste di neve. I secondi 300m presentano le maggiori difficoltà di misto e portano agli ultimi pendii ripidi verso la cima, che affrontiamo col brutto tempo e molto stanchi per la quota. In 12 ore di arrampicata alle 5 del pomeriggio raggiungiamo la cima!
Ci accoglie una insperata schiarita che ci permette di ammirare lo stupendo panorama circostante. Stanchi morti piantiamo la tenda e passiamo la nottata sulla cima della montagna a 6852m. Il giorno seguente sotto una forte nevicata, che durerà per due giorni, ridiscendiamo per le pericolose corde fisse della via normale. Non ci resta che tornare indietro…
Non abbiamo informazioni sulla ripetizione della via “Giapponese dell’85” sulla parete ovest, e secondo le nostre informazioni non ci risulta che ci sia nessun’altra via che percorre il bastione sommitale della parete ovest dell’Ama Dablam, giusto sopra il campo base. Per cui proponiamo questa via come: “Free Tibet 2065” 1500m/V+/80°/M5+
Guida Alpina Francesco Fazzi – Val di Zoldo – Belluno
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John Bachar, l’addio ad un mito

August 26, 2019 | News | No Comments

All’età di 52 anni è morto John Bachar salendo in solitaria a Dike Wall, Mammoth Lakes, California. Con lui se ne va una leggenda dell’arrampicata.

Il 5 luglio John Bachar ci ha lasciati. Aveva 52 anni e se ne è andato facendo la cosa che aveva sempre fatto e a cui non ha mai saputo rinunciare: arrampicare. O meglio arrampicare in solitaria senza corda. Sicuramente Bachar era l’espressione della purezza in arrampicata, o meglio di quella libertà di arrampicare da solo, senza null’altro che la propria mente e il proprio corpo che danza tra l’aria e la roccia. Immaginiamo che così sia stato anche in quella domenica di 10 giorni fa quando ha danzato per l’ultima volta sulle "sue" rocce, a Dike Wall vicino a Mammoth Lakes – California. Per tutta la comunità dei climbers è stato un colpo, inimagginabile, profondo.

Sicuramente era un mito, Bachar. Un esempio impossibile da raggiungere e da imitare. Era un fuoriclasse e un visionario e come tale va ricordato e rimpianto. E nel farlo si può ben dire che, se molte volte si abusa del paragone tra l’artista e il climber, nel caso di Bachar si può a pieno titolo farlo. Lui era un vero artista! E come i veri artisti aveva una sensibilità per la roccia e la vita del tutto personale, del tutto sua, bellissima, rischiosissima ed inimitabile, appunto.

John Bachar, nato a Los Angeles (California) nel 1957, iniziò ad arrampicare giovanissimo e ben presto diventò uno dei climber che rivoluzionò tutti gli schemi dell’arrampicata. Comprese da subito il valore dell’allenamento tanto che inventò la scala Bachar (la scaletta “rovescia” da percorre su e giù a forza di braccia su cui hanno “penato” legioni di arrampicatori). Inoltre aveva fondato una palestra dedicata all’arrampicata tra gli alberi di camp four, il più famoso campo base dei climbers, a Yosemite… un campo di allenamento assolutamente “en plain air” che dice molto sul suo spirito libero e incontenibile.

Era una delle anime dei Stonemasters di cui facevano parte autentici personaggi dell’arrampicata yosemitica come John Long e molti altri. Un Club del tutto particolare che definire "non ufficiale, speciale e alquanto strano” è dir poco. Di Bachar verrà ricordata la velocità con cui scalava, la determinazione come l’assoluto rifiuto di compromessi. Amava le salite solitarie di cui era un cultore ed un inarrivabile campione. Stupì tutti con le sue sue salite, e senz’altro è una delle figure più significative ma anche amate dell’arrampicata di tutti i tempi.

A noi piace ricordare quel John che suona il sax mentre il suo inseparabile amico Ron Kauk arrampica su un masso a Yosemite… Quanti climber ha fatto sognare quella foto! Era l’idea stessa della libertà, dell’arte e dell’arrampicata quell’immagine. Un sogno dell’arrampicata che Bachar ha sposato e fatto proprio con la sua vita, grande e… inimitabile!

John Bachar, alcune realizzazioni
Ha salito senza corda il 5.11 quando il grado 5.12 non esisteva ancora. Tra le sue solitarie spiccano la salita nel 1976 di New Dimensions, il primo 5.11a dello Yosemite, Nabisco Wall (5.11c) e Butterballs (5.11c). Letteralmente al limite di quello che era possibile, queste salite hanno assolutamente sconvolto la scena dell’arrampicata.
Nel 1981 ha aperto, assieme a Dave Yerian, l’audace Bachar-Yerian (5.11c) a Tuolumne Meadows che fino ad oggi è rimasta una via test di grandissimo spessore. Nello stesso anno Bachar ha offerto $10,000 a chiunque riuscisse a seguirlo, in solitaria, per tutta una giornata lungo le big wall di Yosemite. Nessuno ha accettato questa sfida…
Nel 1986, Bachar e Peter Croft hanno salito El Capitan e l’ Half Dome in soli 14 ore, segnando un record ed un trend che ancora oggi rappresenta una delle mete dei più bravi top climber.

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Il punto di vista del 26enne atleta svizzero Christian Maurer che ieri, stracciando tutti i tempi previsti e dopo aver attraversato tutte le Alpi da Salisburgo a Monaco, ha tagliato il traguardo di Monaco aggiudicandosi in 11 magnifici e spettacolari giorni l’incredibile maratona per parapendio e corsa del Red Bull X-Alps 2009, una delle competizioni più faticose ed estreme dell’outdoor.

Christian Maurer, da Salisburgo a Monaco passando per le Alpi. 1376 km a piedi, 999 volando con il parapendio coprendo 34.890m di dislivello. Il tutto in 11 giorni… Qual è l’aggettivo, o gli aggettivi con cui definiresti questa tua esperienza?
Buona domanda! E’ stato incredibile. Vedere tutte quelle montagne, quelle valli, incontrare la gente, le lingue diverse e vedere le grandi barche sul mare.

Si dice che il Red Bull X-Alps sia la competizione più dura di tutte. Dal tuo punto di vista e aldilà dei numeri, potresti spiegarci perché?
Devi camminare e volare e devi fare tutto questo da solo per 24 ore al giorno. E’ questo che lo rende davvero estremo.

Il momento più brutto, se c’è stato. E quello più bello?
Il momento peggiore è stato una notte nel bosco, ero vicino al lago di Como e avevo trascorso più di due ore cercando di trovare una via di uscita alle due di notte. Mi ero abbastanza perso… Il momento migliore invece è stato arrivando al turnpoint del Cervino. Era una giornata bellissima in montagna. Un altro bel momento è stata il volo dalle Alpi al mare di Monaco.

Negli 11 giorni della tua gara hai corso per 42,17 ore, volato per 87,32 ore riposando solo 100 ore. Come ci si allena per una corsa così massacrante?
Ho iniziato ad allenarmi circa un anno fa facendo jogging, pesi e camminando con lo zaino. Poi c’era molto materiale da preparare, il parapendio Advance, l’abbigliamento con Hagloffs e Lowa. Dovevo sapere di quale attrezzatura avevo bisogno. Poi ho trascorso molto tempo a studiare la rotta.

Non ti chiediamo perché lo fai. Ma ci piacerebbe sapere a cosa pensi mentre sei in gara… Cosa si sogna, se si sogna?
Sogno di salire a piedi e volare tutto il giorno, poi il giorno successivo sogno la stessa identica cosa. In fondo i miei giorni sono simili ai miei sogni!

Qual è la tua definizione di fatica. E di limite?
Difficile da dire. Devi andare lentamente, ma devi farlo per dieci giorni consecutivi. Il difficile è sapere quanto puoi spingere il tuo corpo durante il primo o secondo giorno. Dopo il quinto giorno lo sai bene, perché sei stanco. Ma durante i primi giorni, specialmente se sei allenato, vai troppo veloce e questo lo si poteva notare a Berchtesgaden durante il primo e il secondo giorno di gara: c’erano molti atleti che correvano, mentre io invece ho continuato a camminare. All’inizio, durante i primi giorni, il mio obiettivo più grande era trovare una buona velocità e non perdere il controllo.

Il posto più bello che in questi giorni hai attraversato, in volo o a piedi…
Il ghiaccio di Zermatt. Il tempo era fantastico, le correnti termiche erano perfette, non lo dimenticherò mai.

Cosa consiglieresti a chi aspira a partecipare al Red Bull X-Alps? E quali sono le doti che contano di più?
Devi sapere esattamente quello che stai facendo, devi imparare molto e devi avere molta esperienza. Non è soltanto una questione di volare, ma si tratta di farlo in condizioni molto difficili. Quando c’è molto vento, sei costretto a fare le tue scelte e decidere quello che riesci a fare come atleta, e quello che il tuo parapendio riesce a fare. Durante gli ultimi giorni, quando ero molto stanco, era difficile decidere se le condizioni erano tali da poter volare o meno.

Red Bull X-Alps 2009 from Planetmountain.com on Vimeo.

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La terza tappa della Coppa del Mondo di arrampicata su ghiaccio 2011 si è svolta in Busteni, Romania il 5 e 6 febbraio ed è stata vinta dall’italiana Angelika Rainer e dal coreano Hee Yong Park, che con questa vittoria si laureano anche Campioni del Mondo. Per la campionessa meranese questo è il secondo titolo mondiale consecutivo

Eccoci! Angelika Rainer ha finalmente portato a casa il risultato che tanto sperava, vincendo la terza tappa della Ice Climbing World Cup 2011 che si è disputata a Busteni, in Romania, lo scorso weekend. Quindi, dopo un esordio sfortunato (7a in Corea per un errore tecnico e 13a a Saas Fee), la campionessa del mondo in carica è finalmente riuscita a mostrare il suo vero potenziale in questa stagione che, se le voci sono vere o meglio se è vero quanto afferma l’ufficio stampa dell’ UIAA, sarà anche la sua ultima prima del ritiro della gare agonistiche. Se fossi così sarebbe una chiusura splendida, anche perchè la gara di Busteni era valevole non soltanto come terza tappa della Coppa del Mondo, ma anche come Campionato del Mondo, quindi questo titolo irridato di Angelika si aggiunge a quello vinto nel 2009 a Saas Fee.

Arrampicando su una bella struttura fissa che però vantava pochi punti di ghiaccio vero, l’altoatesina si è qualificata per la finale come unica atleta con due top, poi nella fase decisiva è salita un metro più in alto della coreana Wonn Sheon Shin e due metri più in alto dell’esperta russa Anna Galyamova (vincitrice della seconda tappa 2011 a Saas). Anche la sua compagna di squadra Barbara Zwerger si era qualificata per la finale, finendo con un eccellente 7° posto, mentre Jenny Lavarda si è piazzata 11° e l’ultima italiana in gara,Giulia Venturelli, si è classificata 16° su un totale di 22 atlete.

Nella gara maschile ha vinto il Coreano Hee Yong Park, battendo a sorpresa il super campione in carica Markus Bendler per… una manciata di secondi. Infatti, mentre dopo la semifinale sembrava che gli uomini da battere fossero Bendler e suo storico rivale Maxim Tomilov (i soli con due top), nella finale un passaggio chiave durissimo ha bloccato praticamente tutti tranne Bendler e Park che poi, una volta risolto il rebus, sono saliti fino in cima. Per spareggiare i due è stato preso in considerazione non il risultato delle fase di gara precedente, bensì il tempo impiegato per chiudere la via: Park è stato più veloce di Bendler di 9 secondi, un distacco che gli è valsa la vittoria. Da segnalare anche il ritorno del vecchio leone Yevgen Kryvoshytsev, l’ex campione del mondo di ghiaccio che dopo un periodo di pausa è tornato alle gare piazzandosi terzo in Romania ma anche sesto a Saas Fee. Il leone sarà un pò più vecchio di qualche anno fa, ma evidentemente ruggisce ancora!

Le gare di velocità sono state dominate – come sempre – dai russi e vinte da Pavel Gulayev e Anna Galyamova. E’ un dominio che sembra insormontabile: la finale maschile è stata tutta russa, così come i primi 5 posti della finale femminile. Certo un buon biglietto da visita per l’ultima tappa della Coppa 2011 che si svolgerà all’inizio di Marzo a Kirov… proprio in casa di missili con piccozze e ramponi.

Ice Climbing World Cup Busteni 2011

Women’s Lead Finals

1. Angelika Rainer, ITA

2. Wonn Sheon Shin, KOR

3. Anna Galyamova, RUS

4. Lucie Hrozova, CZE

5. Wha Woon Jeong, KOR

6. Maria Tolokonina, RUS

7. Barbara Zwerger, ITA

8. Stéphanie Maureau, FRA

9. Liudmila Badalyan, RUS

Men’s Lead Finals
1. Hee Yong Park, KOR

2. Markus Bendler, AUT/ROU

3. Yevgen Kryvosheytsev, UKR

4. Maxim Tomilov, UKR

5. Alexey Dengin, UKR

6. Patrik Aufdenblatten, SUI

7. Alexey Tomilov, RUS

8. Pavel Gulyaev, RUS

Women’s Speed
1. KULIKOVA Natalya, RUS

2. TOLOKONINA Maria, RUS

3. GALLYAMOVA Nadezhda, RUS

Men’s Speed
1. GULYAEV Pavel, RUS

2. VAGIN Alexey, RUS

3. BATUSHEV Pavel, RUS

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La storia de L’arte del büciun di Chicco Fanchi e Pierangelo Marchetti, la prima guida di arrampicata sui sassi della Val Masino – Val di Mello che ha gettato le basi e rappresenta ancora adesso lo spirito dell’arrampicata sui massi della Valle.

A cercare l’inizio delle cose non si smette mai di imparare. E anche di stupirsi un po’. Così è anche per “L’arte del büciun”, la prima guida all’arrampicata sui sassi della Val Masino che ci riporta indietro di 26 anni. Giusto per testimoniare le radici di quello che tutti ora chiamano boulder, ma anche di quello spirito che forse ha fatto grande il Melloblocco. Perché sfogliando quella vecchia guida di Chicco Fanchi e Pierangelo Marchetti. Soffermandosi sulle splendide vignette di Daniele Pigoni. E poi rileggendo l’ispirata e preveggente introduzione di Giuseppe ‘Popi’ Miotti e i racconti di Chicco Fanchi. Non si può che rimanere affascinati da quanto, in quegli anni, la passione per l’arrampicata rapresentasse quasi uno stile di vita, e una scoperta, del tutto contro corrente.

Era uno spirito unito ad una speciale sensibilità per la roccia e per tutto ciò che la circonda che, come scrive Michele Comi, ha lasciato il segno. “Quando sul finire degli anni ’80 ci affacciammo affamati di roccia in Val di Mello” ricorda infatti Michele “la strada era già tracciata. Era del tutto spontaneo arrampicare sui blocchi. Tanto che le aree e i nomi dei passaggi erano impressi in modo naturale nelle nostre teste. Così l’atmosfera in cui siamo cresciuti e nella quale ci siamo identificati, senza processi di razionalizzazione, sono stati il nostro mondo e la sede della nostra sicurezza. Basti pensare alle vie sprotette della Val di Mello ma anche e alla relazione con l’ambiente e con il granito del Masino che sono diventati un passaggio fondamentale della nostra vita verticale. Di questo dobbiamo ringraziare Chicco e chi, prima di lui, ha indicato la via.”

L’ARTE DEL BÜCIUN di Enrico Fanchi
L’idea di una guida sui massi della valle è venuta nell’inverno ’83/’84 a Livigno dove lavoravo come skilifista, un po’ per guadagnare due soldi ma soprattutto per affinare la tecnica dello sci al fine di superare le preselezioni di Aspirante Guida.
Erano già due estati che abitavamo in Valle nella baita della scuola di arrampicata del Gigiat, e come istruttori arrampicavamo tutto il giorno con gli allievi, ma per poterci allenare, la sera si andava a fare due bocci (massi ndr) o provare dei tiri al Sasso (Remenno).
La vita di tutti noi (Roby Bianchini, Cucchi, io, Pozzoni e Kima) ruotava solo ed in funzione dell’arrampicata. Così che un inverno senza tirare tacche era molto lungo, e fantasticavo sui tiri che avrei fatto la primavera successiva, pianificando gli allenamenti da fare una volta tornato in Valle.
Gli allenamenti si facevano scalando sassi per rafforzare le dita, dunque durante l’inverno pensai di raccogliere in una guida tutti i massi che utilizzavamo. Ne parlai a Kima che era residente in Valle, accettò di descrivere gli accessi ai massi seguendo un ipotetico sentiero per raggiungerli.
In Aprile quando tornai finalmente in Valle cominciammo a fare tutte le foto dei massi, per poi ricalcarli su dei lucidi che venivano consegnati alla tipografia. La stampa ci costò, ricordo, due milioni di lire che furono quasi interamente pagati con gli spazi pubblicitari (per il tempo erano sponsor coraggiosi).
A Pigoni chiesi di disegnare delle vignette e così la quarta di copertina era fatta, a dire il vero non ero riuscito a venderla. Popi gentilmente ci fece l’introduzione. Inserii una delle prime, se non la prima, tabella comparativa internazionale dei gradi che era in circolazione e anche due racconti di fantasia sul mondo dell’arrampicata.
Alla fine di maggio era pronta, potevamo venderla… poi il 16 giugno 1984 ero al Sasso, stavo scendendo dalla ovest slegato ma ad un tratto, appena sotto il bordo, BAM, fischio giù fino a terra per 35 metri di volo. Tutto fermo fino a metà Luglio, quando iniziammo a distribuirla. Kima guidava la 128 gialla ed io a fianco ingessato, andavamo nelle librerie della Valtellina a cercare di piazzarla come conto vendita.
Riuscimmo a venderne circa duecento così da pagare il residuo della tipografia e farci il materiale per una stagione. Il titolo della guida è stato ripreso da un filmino che il Roby e il Cucchi avevano girato riproponendo in versione ironica alcune situazioni di arrampicata, una vera chicca.
Enrico ‘Chicco’ Fanchi
Enrico ‘Chicco’ Fanchi – guida alpina e arrampicatore di lungo corso – blocchista della prima ora, apritore e chiodatore prolifico del Masino ma non solo. Viaggia ancora con disinvoltura oltre l’8a.
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Pierangelo ‘Kima’ Marchetti, guida alpina, fin da giovanissimo frequentatore dei massi della Val Masino e appassionato di ogni forma di arrampicata. L’8 luglio 1994 è scomparso in seguito ad un tragico incidente durante un’operazione di elisoccorso. Ha lasciato un vuoto incolmabile, tanto che i suoi amici gli hanno dedicato il Trofeo Kima, una delle più famose gare di corsa in montagna.

Daniele Pigoni, ex top climber che si è dedicato anima e corpo all’arrampicata. Grande frequentatore della Val Masino dove apre alcune vie di elevata difficoltà. Ora è un artista affermato (www.danielepigoni.it)

Giuseppe ‘Popi’ Miotti. Tra i primi frequentatori sistematici dei massi della Val Masino può essere considerato il padre del Bouldering in Valtellina. ?Storica fu la salita di Goldrake nel 1975 6b+ e del Nipote di Goldreke 7b nel 1981, è anche autore della ripetuta e bellissima Uomini e Topi alle Placche dell’Oasi nel 1977.? Guida alpina e laureato in agraria, è uno dei più accreditati storici dell’alpinismo delle Alpi centrali.

>> Aspettando il Melloblocco # 1 – Cieli ramati di Monolith di Popi Miotti

Il 24/08 Maurizio Manolo Zanolla ha liberato “Eternit” la via nata dalla prosecuzione di “O ce l’hai… o ne hai bisogno” nella falesia del Baule. Il grado proposto è 9a ma soprattutto per Manolo questa è una via che apre l’arrampicata su placca verticale ad un’altra dimensione

19 anni fa pensava che sarebbe stato impossibile continuare. “O ce l’hai… o ne hai bisogno”, 8b/8b+ nella bellissima falesia d’elite del Baule (Vette Feltrine). Così la via s’era fermata prima di quell’ultimo muro inaccessibile. E l’incredibile specchio verticale era rimasto lì, vergine. Andare oltre sembrava davvero troppo, anche per Manolo, alias Maurizio Zanolla.
Ma per la serie “il Mago perde il pelo ma non il vizio” lo scorso 24 agosto è arrivata la soluzione anche di quest’enigma. Appunto, 19 anni dopo, Manolo ha trovato la soluzione prolungando il viaggio di “O ce l’hai… o ne hai bisogno” fino alla suo naturale top sul bordo della falesia.

E’ nata così Eternit che Manolo definisce: “Una via incredibile. Completamente naturale (a parte una presa consolidata). Ma soprattutto assolutamente verticale (non strapiomba nemmeno mezzo metro). Eternit, spiega il Mago, offre “un assortimento di microliste orizzontali verticali svase e rovesce. Con dei passi decisamente aleatori ma paradossalmente nemmeno tanto difficile da decifrare perchè è così liscia che gli appoggi e gli appigli risaltano immediatamente… il problema è tenerli!”.
Per quanto riguarda il grado, Manolo non ha dubbi: “Eternit è decisamente più impegnativa di tutte le altre vie di questo genere che ho salito, da Bain de sang a Thin ice, Da Appigli ridicoli a Bimba luna. Su questo muro completamente verticale non serve una grande resistenza ma da metà in poi gli avanbracci si riempiono pericolosamente e su alcuni singoli le dita bisogna davvero averle molto toniche. Inoltre, non basta la forza e, se non si usano almeno decentemente i piedi… è davvero difficile alzare le ginocchia da quelle parti…”.

Ora ci sembrerebbe di ripeterci nel ricordare le 51 primavere di Manolo. Invece, ci sembra più giusto sottolineare come su Eternit, per sua stessa ammissione, Manolo abbia avuto la nettessima sensazione di aver esplorato un’altra dimensione della scalata su placca verticale. E se lo dice lui la cosa si fa davvero interessante, anzi di più!
Eternit per Manolo è un caposaldo della sua esperienza di climber, e non c’è dubbio che si propone come un assoluto top per l’arte di salire in placca. A proposito, il grado proposto è 9a… e, soprattutto, le emozioni che può regalare questa via sono enormi. Basta leggere come Manolo descrive questi 11 minuti 38 secondi e 60 movimenti della sua vita…

ETERNIT 11 MINUTI 38 SECONDI E 60 MOVIMENTI DELLA MIA VITA
by Manolo

Eternit… innanzi tutto… perchè non tutto quello che arriva dalla Svizzera fa bene…e poi perché questa via fa male, fa male alle dita, alla testa, ai piedi. Ha una verticalità leggera, invitante ma può diventare velenosa in qualsiasi momento. Tutto quello che ormai sembra facile, può ritornare improvvisamente paralizzante e quel punto fermo, tanto faticosamente guadagnato, nel caos ritorna, sfuggente, assolutamente inutile e devi ricominciare da capo.

E’ stato tortuoso e difficile il percorso per arrivare in cima, si sono alternati infortuni frustranti a momenti di forma e stati d’animo diversi, a volte così intensi da creare o smontare qualsiasi motivazione. Improvvisamente però sembrava non ci fosse più tempo (e forse è vero) e allora tutto diventava lungo, troppo. La lentezza estenuante ormai indispensabile per i recuperi non mi permetteva nient’altro e l’estate mi stava sorpassando come una locomotiva ed io, ormai, potevo solo guardarla passare.

Quando ho preso il bordo della falesia gridando, l’ho quasi odiata ma in fondo solo per un attimo.
Non era iniziato male l’anno e i primi risultati alimentavano fantastici progetti ma la vita è sorprendente e alle volte il guardare troppo avanti ti ruba il presente, e ti costringe rifugio nel passato, anche se questa è già una fortuna.

Quando nel 1990 chiodai “O ce l’hai… o ne hai bisogno” quel tratto finale mi sembrava impossibile e così posizionai la sosta fin dove quel muro mi sembrava scalabile. Solo dopo aver (riliberato) Appigli ridicoli, guardai quel tratto “incompiuto” con più attenzione, affascinato da quella compattezza che sembrava inaccessibile. Solo una tacca emergeva desolata da quello specchio ma sembrava impossibile da raggiungere e ancora di più abbandonarla. Frugando meglio fra quelle serie di rughe disordinate affiorò lentamente una traccia, ma anche altre cose nella vita e quel tratto per un po’ rimase sospeso.

Oggi al parcheggio l’aria è frizzante e al passo una folata d’aria fresca e secca m’investe come un secchio d’acqua. Il violento temporale dell’altro ieri ha ripulito la terribile calura e l’aria sottile da nord promette aderenza. Sono contento e la respiro con tutto il mio essere ma improvvisamente divento nervoso, quelle condizioni quasi ottimali investono di responsabilità.

Nemmeno il tiro di riscaldamento, che non è mai eguale, anche se è sempre lo stesso, allevia questo strano stato d’animo. Il peso di quei sessanta movimenti sembra opprimermi insieme a una leggerissima voglia di essere da un’altra parte.

C’è una quiete grandiosa quassù, l’aria tersa sembra permettere di vedere ovunque, addirittura dentro e aldilà delle montagne. Tutto diventa meno importante, devo solo scalare, e la consapevolezza che non sarà sufficiente ora, diventa più leggera.

Il traverso è cattivo, pungente, questo tratto è intenso e ruba energia, anche mentale ma sono preciso, lancio, non ho esitazioni e all’ultimo riposo arrivo meglio del solito. Ancora quindici movimenti da qui al cielo… ma hanno una pesantezza disarmante. Aspetto che il cuore rallenti prima di comprimermi sotto quel rovescio sfuggente.

Cerco automaticamente la ruga che non so mai come prendere e, in qualsiasi modo, è sempre un incubo. Striscio al verticale e, mentre la gomma comincia a scivolare, mi allungo verso l’unica tacca decente. Vorrei affondare le dita in quella tacca ma non posso, devo alzare il piede, andare via da qui immediatamente, prima che tutto finisca. Sto per paralizzarmi un’altra volta… ma mi fido di quei millimetri di calcare liscio, appena in tempo.

Passo la corda, mi allargo sul niente e tutto sembra nuovamente ribaltarsi. Non ne posso più, voglio scivolare e togliermi quel dolore dalle braccia, dalla testa. Delego tutta la responsabilità ai piedi, alle scarpe, alla gomma, io non ne voglio più sapere, non c’entro più niente, che scivoli pure. Ma ho ancora un attimo di rabbia, li carico spingendoli via, lontano e mi lancio sul bordo di quegli 11 minuti 38” secondi e 60 movimenti della mia vita. Esattamente 19 anni dopo aver pensato che era impossibile.

Ringrazio tutti gli amici che in qualche modo mi sono stati vicini dal prof. Stefani al prof. Grappiolo con la sua lapidaria diagnosi, ma anche Marco Morelli che crede ancora nell’impossibile, Montura , La Sportiva e Grivel che continuano ad aiutarmi ma soprattutto Cristina che questa volta si è davvero superata.

ETERNIT
falesia Baule (Vette feltrine, Dolomiti bellunesi)
prima libera: Manolo 24/08/2009
lunghezza: 27m
difficoltà proposta: 9a ??
quota: 1900m sl

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Sometime in 2002, the photographer Michael Jang went to the San Francisco Museum of Modern Art and dropped off some of his old pictures that he had recently rediscovered. At the time, the museum’s photography department had an open-submission policy; the curators would consider work that anyone brought in. Though Jang had worked locally as a successful professional photographer, he had all but forgotten about the work he had done in the seventies, when he was an art student who snuck into lavish parties, went to punk shows, and wandered the streets. The museum soon called him back, adding some of his work to its permanent collection and later exhibiting it as part of a show about California. Jang’s images were mischievous and quirky, full of visual jokes about how the rich and famous and the freaks and burnouts weren’t all that different from one another. In the years since, Jang has spent more time digging through his archives. The result is a stunning monograph, “Who Is Michael Jang?” (A related exhibition, “Michael Jang’s California” will be on exhibit at the McEvoy Foundation for the Arts, in San Francisco, from September 27th to January 18, 2020.)

Jang was born in 1951 and grew up in Marysville, in what was once Northern California’s Gold Rush country. In the sixties, as a high-school student, he would travel around Northern California projecting psychedelic light shows. In 1971, he enrolled at CalArts, in Los Angeles, in order to study design. But a random photography course introduced him to the work of Lee Friedlander and Garry Winogrand, who were interested in capturing the textures of everyday life.

The serendipity of Jang’s SFMOMA rediscovery seems fitting, given his playful, offbeat approach to taking pictures. For a school project, he spent months hanging out at the Beverly Hilton, a hotel famous for opulent parties and a steady stream of celebrities. Jang wore a tuxedo, made fake press credentials, and sneaked into as many parties as he could. In the “Beverly Hilton” series, he crosses paths with David Bowie, Ronald Reagan, Frank Sinatra, and Jimmy Stewart. Carl Reiner mugs for the paparazzi, pretending to eat Bea Arthur’s face. But it’s the partygoers, garishly prim and meticulously put together, who are the stars. An older woman in a fur collar steps out of a Rolls Royce, her hair an intricate maze of wavy bangs and knotted braids. She is at once dainty and superhuman. Another woman wears an elaborate hat, her dress a cascade of frills and lace. She looks as though she stepped out of an Art Nouveau painting, save for her annoyed smirk.

In the late seventies, Jang moved to San Francisco, where he would often wander the city, taking in its scenes and subcultures. His photos document a forgotten city, often capturing fleeting moments of emotional friction: two men implausibly nodding off amid the raucousness of Hooker’s Ball, a famed annual party organized for sex workers’ rights; Robin Williams, tranquilly lost in a friend’s hug, while others watch and snap pictures; a diligent photographer in the front row of a Ramones concert, trying to get a decent shot while everyone around her goes bananas. Jang’s photos revel in the unpredictable rhythms of public life, so long as you pay attention. At the funeral service for George Moscone, the San Francisco mayor who was assassinated, along with Harvey Milk, by a disgruntled political foe, Jang took in the eclecticism of the crowd that had come to pay respects. A man bulging in his striped suit stands alongside two little girls in tweed, their clashing patterns and generational gap subsumed by the scene’s melancholy.

My favorite series from “Who is Michael Jang?” is titled “The Jangs.” It’s essentially a photo album of his Chinese-American family in the seventies—subject matter that I’ve never experienced in art. So many of Jang’s more famous photos of celebrities and their admirers resulted from spontaneity and luck. “The Jangs” features portraits of his relatives at home—showing off their cherished possessions, like a wall of Baltimore Colts posters, goofing around with skis and wigs, enjoying a cigarette after dinner. His uncle gaily demonstrates his golf swing. All the kids sit on the couch, hiding behind issues of Mad magazine and comic books. There’s effervescence in these pictures, a kind of casual hope. All his aunts and uncles are wearing sunglasses, laughing at a joke we will never know. They’re untroubled, practicing the poses of being an American family.

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Frana su El Capitan a Yosemite

August 25, 2019 | News | No Comments

Tom Evans segnala un’enorme frana su El Capitan, Yosemite, USA

Ieri a Yosemite, con la stagione autunnale delle big wall in pieno svolgimento, è stato miracolosamente evitato un disastro. Fortunatamente nessun climber è stato coinvolte nell’enorme caduta di massi che ha interessato la Waterfall Route sull’estrema destra di El Capitan.
Click Here: habitat tord boontje“Una piccola frana ha preceduto di un paio di minuti “la grande frana” – ha raccontato Tom Evans che è stato testimone dell’accaduto – “Abbiamo urlato e fischiato per avvertire i team in parete. Un paio di minuti più tardi con un suono acuto seguito da un boato fragoroso s’è staccata “quella grande”. La parete è stata subito oscurata da una nube di polvere. Dopo poco tempo sono arrivate le autorità per verificare quanto era successo e se qualcuno fosse stato coinvolto. Fortunatamente, da quanto abbiamo potuto capire, nessuno si trovava sulla linea della caduta dei massi. C’era un team che stava salendo “Bad to the Bone” e un altro su “Bad Seed and Regan is on Surgeon General”, che sono distanti della caduta. Chiunque si trovasse alla base della East Buttress sarebbe stato polverizzato… quindi il consiglio più saggio è… STATE LONTANI DA QUESTA ZONA, perché ci sono enormi blocchi instabili, pronti a distaccarsi al semplice tocco di una piuma.”
Per il report completo della frana, e per sapere di più sulle code sulla Salathe e per sentire come stanno progredendo Tommy Caldwell e Kevin Jorgeson sul loro Mescalito project, visitate www.elcapreport.com

In 2 giorni, il 28/06 e il 2/08/2010, Riccardo “Sky” Scarian con Paolo Loss ha aperto “Per Ricky” (250m, max 7c), una nuova via sulla parete Ovest della Cima della Madonna (Pale di San Martino, Dolomiti). Il 9/08 sempre Riccardo Scarian (insieme a Michele Gaio) ha realizzato anche la prima rotpunkt di questa impegnativa via che corre sulla grande parete proprio sopra ilo Rifugio Velo della Madonna. Il report della salita e la scheda della via direttamente da Riccardo Scarian.

Era da qualche anno che tornando dal lavoro, scendendo dal Passo Rolle, appena sotto San Martino, l’occhio mi cadeva sempre in un’unica direzione…Cima Madonna, parete ovest! Ogni volta vedevo una linea immaginaria che correva su quel muro giallo e nero. Sapevo che sul nero c’era già una via aperta in artificiale nel ’66 e sul giallo un’altra aperta più recentemente nel medesimo stile, il che mi rallegrava perché era sinonimo di ripido! La mia linea sarebbe corsa esattamente tra l’ocra e il nero. Proposi all’oramai inseparabile amico Paul la mia idea, che accolse subito con entusiasmo.

Decidemmo quindi di salire a dare un occhio, senza alcuna velleità, un’occasione per andare a trovare Anna, la nuova gestrice del Rifugio Velo, portare su un po’ di materiale e magari iniziare, giusto per segnare il territorio in maniera felina… Dopo i duecento metri di zoccolo iniziale, via Spigolo del Velo, eccoci sotto la parete, un’accurata ispezione per vedere dove sia meglio iniziare la nuova via… e poi si parte! Lo stile di apertura prevede libera, protezioni veloci il più possibile…e soste sicure!

Mi avvio e dopo qualche metro sono sul ghiaione… nuovamente con Paul, e con un appiglio ancora in mano… fortunatamente niente di grave. Riparto e dopo qualche metro mi rendo conto che la roccia non ne vuol sapere di trad e sono costretto a proteggermi con uno spit, mi posiziono sui cliff e dopo 7-8 minuti finisco il foro col mio pianta spit a mano, ma ahimè ho sbagliato punta e lo spit non entra…! Tra un imprecazione e l’altra riesco a ridiscendere da Paul…ci guardiamo e ridiamo, un unico pensiero corre in noi a quel punto…BIRRA!

Dopo qualche giorno siamo nuovamente sotto la parete, oggi vogliamo salire in alto. Dopo due ore, riesco a finire la prima lunghezza, Paul mi raggiunge e parto subito per la seconda, che fila via in un baleno…su una roccia fantastica! Paul è a pochi metri dal raggiungermi e nel giro di pochi minuti veniamo avvolti da un nero inquietante, ancora pochi attimi ed inizia il diluvio…giù le doppie e ci ritroviamo alla base fradici battendo i denti! Ora il pensiero è Rifugio!

Per vari impegni ci fermiamo per una settimana, ma il 2 agosto siamo nuovamente sotto la via, in poco tempo raggiungiamo il punto della volta precedente. Il terzo tiro è per Paul, in breve lo raggiungo e parto per il quarto. Nel tiro finale, un pilastro strabiombante giallo, con i primi metri non proprio “verdoniani” devo ricorrere nuovamente agli spit, alla fine saranno due…ed i restanti cinquanta metri di ottima qualità saranno tutti da proteggere… una meraviglia!

Ancora cinquanta metri facili e siamo in vetta, ci sediamo al sole e ci facciamo un “paglia”… siamo felici di aver lasciato il nostro segno su questa montagna piena di storia, accanto allo Spigolo più famoso ed elegante delle Dolomiti. Questa via l’abbiamo dedicata ad un Amico!

Il 9 agosto compio la prima “rotpunkt” assieme all’amico Michele Gaio, mentre Paul è già in Canada…!

Un ringraziamento speciale ad Anna, Veronica, Rolando e Pietro.

Riccardo Sky Scarian

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